Forse non tutti sanno che cambiare cognome dopo il matrimonio è ancora possibile. Sembra un’abitudine di un’altra epoca, ma è un’opzione disponibile per chi la richiede (e la desidera). Ovviamente, è una decisione importante che richiede qualche riflessione, oltre alla dovuta attenzione per quanto riguarda la documentazione e la comunicazione del cambio di cognome.

Se avete deciso di cambiare cognome dopo le nozze, il nostro articolo è un punto di partenza per capire come e quando iniziare la procedura (o semplicemente per iniziare una dovuta riflessione). Ecco alcuni aspetti da considerare prima di fare il grande passo (l'altro grande passo!).

(foto: Unsplash)

Cambiare cognome dopo le nozze: cosa dice la Legge

Un tempo era la normalità: le donne si sposavano e sotto molti aspetti “cambiavano identità”, assumendo il cognome del marito. Nel Novecento, poi, si sono fatti molti passi in avanti per i diritti di tutti, donne incluse. In particolare, l’articolo 22 della Costituzione stabilisce che “nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza e del nome” e l’articolo 2 garantisce i diritti inviolabili delle persone, come il diritto all’identità personale (cognome di famiglia incluso). 

La riforma del Diritto di famiglia del 1975, poi, ha introdotto nel nostro Codice civile una specifica importante attraverso l’articolo 143-bis, secondo cui la moglie ha il diritto (e non l’obbligo) di aggiungere al proprio cognome quello del marito e conservarlo fino a nuove nozze. Una cosa che non tutti sanno è che l’articolo 156-bis sempre del Codice civile precisa alla moglie può essere vietato legalmente l’uso del cognome del marito nel caso tale uso risulti gravemente pregiudizievole. 

Sul piano internazionale, il punto di riferimento è la “Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna”. Firmata a New York il 18 dicembre 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985 n. 132), impone che agli Stati aderenti di intervenire per eliminare ogni forma di discriminazione della donna in ogni ambito del matrimonio, anche per quanto riguarda la scelta del cognome.

Perché si cambia cognome dopo il matrimonio allora?

Abbiamo capito che oggi cambiare cognome dopo il matrimonio è una libera scelta. E allora perché farlo? C’è chi lo fa per tradizione o per convenienza, magari perché il cognome del marito è più prestigioso (già che siamo in tema, sapete che in Italia l’accordo prematrimoniale non esiste?). E poi c’è chi lo fa come atto simbolico, come gesto d’amore, ma in ogni caso sono sempre meno le donne che scelgono di percorrere questa strada. 

Prima di prendere la decisione, però, considerate il peso emotivo che la perdita della propria identità familiare può comportare. Se pensate che cambiare cognome dopo le nozze sia una privazione della vostra indipendenza, non sottovalutate i vostri dubbi. Parlatene insieme come coppia e non abbiate paura di affrontare tutti i dubbi. E poi ci sono anche gli aspetti legali e decisionali, che non devono essere sottovalutati.

Come fare per cambiare cognome dopo il matrimonio

L’identità di ogni donna fa sempre riferimento alla registrazione all’Anagrafe e quindi all’atto di nascita, non a quello di matrimonio. Cosa significa questo? In pratica, è possibile usare il cognome del marito e aggiungerlo al proprio senza bisogno di fare nulla, ma per i documenti ufficiali e qualsiasi tipo di certificazione deve firmare con il cognome da nubile.

Il discorso cambia se si sceglie di cambiare nome legalmente. La procedura per farlo non è semplicissima e non è detto che abbia un esisto positivo, quindi è bene assicurarsi di compiere questo passo con convinzione. La norma di riferimento è contenuta nell’articolo 84 del DPR 396/2000, l’intervento più recente a riguardo e volto a semplificare la tematica. In esso si stabilisce che per cambiare il cognome dopo il matrimonio bisogna formulare una richiesta da inviare al Ministero dell’Interno per esporre le ragioni della domanda. 

Questa istanza deve essere presentata al Prefetto della provincia in cui si risiede, accompagnata da tutta le documentazione del caso. I motivi per la domanda devono essere approfonditi da considerazioni di vario carattere (morale, affettivo, familiare o persino economico). Tuttavia, non sempre il Ministero dell’Interno acconsente al cambio, quindi vale la pena rifletterci bene prima di procedere su questa strada.

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